“Una buona pratica preliminare di qualunque altra è la pratica della meraviglia. Esercitarsi a non sapere e a meravigliarsi. Guardarsi attorno e lasciar andare il concetto di albero, strada, casa, mare e guardare con sguardo che ignora il risaputo. Esercitare la meraviglia cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura.”
(da Questo immenso non sapere di Chandra Candiani)

Che cosa vogliamo che sia Danae Festival? Vogliamo che sia un luogo dove possa accadere l’impensato, una casa che, oltre ad accogliere progetti compiuti, crei anche le condizioni per altri che ancora non hanno nome, assumendosi i rischi del caso. Vorremmo che a osare con noi ci fosse chi ci segue da tempo o chi si avvicina per la prima volta. Vorremmo che assieme si costruisse questo edificio, con il desiderio di ritrovarsi, per esplorare nuove forme.
Dunque la parola “casa” ci è parsa subito una chiave per questa edizione di Danae, e per la prima volta abbiamo lavorato alla costruzione del Festival partendo da un tema.
Quando si mettono in moto delle energie e delle direzioni accadono sorprendenti coincidenze, per cui ci sono venute incontro una serie di proposte che sembrano riflettere in modo diretto o sotterraneo sulla questione della casa e dell’abitare nella più ampia accezione.
Durante gli ultimi anni la casa è diventata il contenitore di tutte le nostre sfere sociali, generando sentimenti ambivalenti. Si è sicuramente trasformata la relazione con gli spazi domestici che sono stati a lungo l’unico luogo dove poter agire. Molte persone hanno messo in atto cambiamenti a volte anche radicali circa l’abitare, cambiando casa, residenza, modalità abitative, costruendo progetti di comunità.
La casa riveste da sempre una molteplicità di significati che vanno ben oltre l’idea della struttura, è un luogo affettivo più che fisico. È il luogo in cui ci si sente al sicuro,
ma è anche spazio che ci limita e ci rinchiude. Poi c’è il corpo, la nostra prima casa, il nostro primo abito, che ha dovuto trovare strategie e modalità per esprimersi nonostante i divieti e le distanze.
La proposta del festival di quest’anno è quindi il risultato di una serie di domande e interrogativi sul tempo presente, sulla possibilità di scardinare i rigidi confini tra lo spettatore e la scena per fare accadere l’incontro, magari negli spazi che sono prima e sono dopo la creazione e la visione. Danae si propone di dar voce al pensiero, con slittamenti di campo dalla dimensione artistica al suo ineluttabile contenuto politico.
Quindi cosa aspettarsi? Come sempre cerchiamo di non sostare nelle zone conosciute, abbiamo bisogno di aprirci ai possibili. Mandare all’aria il convenuto,
il consueto, i meccanismi del fare egemone.
Attraverseremo case in senso stretto e in senso metaforico, ci sarà da guardare, da ascoltare, da partecipare, ci saranno domande su come stare di qui e di là dalla scena, su come stare nel mondo.
Alessandra De Santis

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